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La vita di un Santo
 
È il 1495: nasce Giovanni Ciudad, il futuro San Giovanni di Dio. Nasce da una modesta famiglia di Montemor-o-Novo, piccola154 x 202<br/>Size: 7 kb  cittadina portoghese a 110 Km. da Lisbona. Incerte e frammentarie le notizie sulla sua infanzia, e misterioso l’episodio in cui il padre Andrea lo affida, a soli 8 anni, a un pellegrino di passaggio... Ritroviamo più tardi il piccolo Giovanni in Castiglia, dove trascorre gli anni fino alla maturità come pastore al servizio di Francisco Cid, majoral di Oropesa. La vita di Giovanni Ciudad si annuncia da subito movimentata, e non particolarmente ordinata. Ha già ventotto anni quando si arruola nell’esercito imperiale per combattere contro i Francesi, nella campagna per la riconquista della fortezza di Fuenterrabia, nei Pirenei. La passione per il gioco non lo fa di certo emergere dalla truppa. Fino al momento in cui il suo diretto superiore, il capitano Ferruz, in seguito a una storia di furto nella quale Giovanni è coinvolto, arriva a ordinarne l’impiccagione
In questa come in altre occasioni, è solo la fede istintiva di Giovanni a salvarlo in extremis. Ritorna alla vita di pastore a Oropesa, ma di nuovo segue la via militare e nel 1532 è con l’armata che salva Vienna dalla morsa dei Turchi. Di ritorno, decide di compiere un pellegrinaggio a San Giacomo di Compostella. Nuovamente in Portogallo incontra il conte d’Almeida, nobile caduto in disgrazia, e insieme raggiungono la colonia portoghese di Ceuta,in Marocco, dove Giovanni, per mantenere la famiglia del conte, lavora come bracciante alle fortificazioni della città. Ritornato in Spagna, accetta un lavoro qualsiasi per vivere. Con i pochi risparmi, decide di diventare venditore ambulante di libri e immagini religiose. E’ sempre in movimento, Giovanni: e mentre è in cammino la tradizione racconta che avviene l’incontro con il “pastorello stanco”. Egli lo porta sulle sue spalle e il bambino lo ricompensa con una melagrana. E’ il bambino Gesù.
1539: Giovanni vive a Granada, dove ha aperto una libreria. Il 20 gennaio gli capita di ascoltare un sermone di Giovanni d’Avila. Rimane sconvolto: è la vera conversione. Il suo shock è così forte da sembrare pazzo. Percorre le strade della città urlando la sua “follia” per Dio: «Nudo, voglio vivere, seguire Gesù Cristo, nudo, e diventare povero in suo onore». Poi a casa brucia i libri e, in ginocchio, nelle piazze di Granada, esprime la sua contrizione: «Misericordia, misericordia, Signore Iddio, abbiate pietà di questo grande peccatore che Vi ha offeso». La sua conversione viene presa per pazzia. Lo prendono e ricoverano all’Ospedale Reale, dove a quei tempi la malattia mentale si cura con le catene e la frusta. Viene presto riconosciuto sano e rimesso in libertà. Giovanni decide allora di dedicare il resto della sua vita ai poveri e agli ammalati. È l’autunno del 1539, ha quarantaquattro anni, fonda in via Lucena il suo primo ospedale. In dicembre il Vescovo di Tuy, Monsignor Sebastian Ramirez Fuenleal, presidente della Cancelleria Reale di Granada, gli conferisce l’ abito religioso e gli conferma il nome che il popolo gli aveva già dato: “Giovanni di Dio”. Nel 1547 l’Ospedale si trasferisce alla salita de los Gomeles. Giovanni muore l’8 marzo 1550. I suoi primi compagni danno inizio alla fondazione dell’Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Dio Fatebenefratelli. Il processo di beatificazione è del 1630, del 16 ottobre 1690 la canonizzazione di Alessandro VIII. E’ proclamato Patrono celeste degli ospedali e dei malati da Leone XIII nel 1886, Patrono celeste degli infermieri e delle loro associazioni da Pio XI nel 1930. Pio XII, nel 1940, lo proclama secondo Patrono celeste di Granada.San Giovanni di Dio è, come uomo, un esempio di disponibilità e apertura verso il prossimo. Sradicato dalla famiglia a soli otto anni, sballottato dagli eventi, si adatta di buon grado alle condizioni più difficili. La sua è una vita in movimento, un’esperienza continua di mutamento nell’ambiente e nelle persone che lo circondano, ma anche di stabilità nella generosità. Sempre si rivela in lui la generosità che cresce e che, poco a poco, si trasforma in fede. Giovanni di Dio è diventato Santo per la sua generosità nei confronti di tutti quelli che ha incontrato, servito, curato, consolato. La sua santità è il frutto di questo distacco da sé che provoca in lui l’ amore per Gesù Cristo. Questo è il messaggio di Giovanni di Dio: Dio è la fonte di ogni amore. Dio che svela a tutti noi il vero volto del fratello ferito nella carne e nel cuore. Alcuni, sconvolti dalla Parola di Dio e dall’ esempio di santi come Giovanni di Dio, finiscono per consacrare la vita al servizio dei loro fratelli più bisognosi.

Realizzare il Regno di Dio nell'ambiente Sanitario
È il 1546, quando Giovanni di Dio prende con sé nell’ospedale di Granada i primi due discepoli, Antonio Martin e 98 x 88<br/>Size: 4 kbPedro Velasco. Oggi a formare l’Ordine dei Fatebenefratelli sono oltre 1500 Religiosi, nativi di 55 paesi diversi: un Ordine sparso in tutto il mondo, con 293 opere in 46 nazioni e oltre 40.000 collaboratori. La lunga storia iniziata a Granada più di quattrocento anni fa si svolge anche in Italia e porta, dopo alterne vicende, alla creazione di ventuno ospedali facenti parte della Provincia romana e di quella lombardo-veneta.
Per primo si stabilisce il legame con il centro della Chiesa, Roma, dove l’ allora “Fratello Maggiore” dei discepoli di Giovanni di Dio, Rodrigo di Sigüenza, invia Fra Pietro Soriano e Fra Sebastiano Arias allo scopo di ottenere il riconoscimento ufficiale dell’Istituto. Il processo è lungo: prima l’approvazione come Congregazione e poi come Ordine religioso - rispettivamente con la Bolla “Licet ex debito”, del 1572, e con il Breve “Etsi pro debito”, del 1586. Nel frattempo, Fra Soriano si muove a Napoli per fondare il primo ospedale fuori della Spagna ed è quindi di nuovo a Roma, nel 1584, dove acquista il monastero con la chiesa di San Giovanni Calibita sull’Isola Tiberina, trasformandolo in ospedale. Il frate, seguendo il mandato del santo Fondatore, organizza una struttura di tipo nuovo, in cui ogni malato ha un letto singolo, con cortine abbassabili, per dare un po’ di riservatezza e dignità alla sofferenza. Questo Istituto continua a rappresentare, ancora oggi, il punto di riferimento per i Fatebenefratelli in Italia ed è la sede della Curia Generalizia.
Ma continuiamo con la storia. Nel 1587 si tiene il primo Capitolo, che approva le Costituzioni ed elegge Pietro Soriano primo Priore Generale dell’ Ordine. La fama dei Fatebenefratelli si diffonde anche al nord, tanto che nel 1588 l’arcivescovo di Milano, Monsignor Gaspare Visconti, segue l’ intenzione del predecessore Carlo Borromeo e li chiama nella città di S. Ambrogio. Il secolo successivo porta bene all’Ordine, nonostante qualche interferenza politica da collegare al dominio spagnolo, intenzionato a mantenere pieno controllo anche sulle strutture ospedaliere. Nel 1653 si contano ben otto province italiane - Roma, Napoli, Milano, Sicilia, Bari, Calabria, Basilicata, Sardegna - e sono attivi 150 ospedali. Ma l’ interferenza della corona continua a farsi sentire nella seconda metà del ‘700, soprattutto nella Provincia lombarda, quando entra a fare parte dell’ Impero asburgico e subisce le vessatorie “Leggi Giuseppine”. Sorte non migliore tocca ai Fratelli che vivono la triste parentesi del dominio napoleonico.
Con il secolo XIX, tutto l’Ordine è sconvolto dal traballante rinnovamento socio-politico che segna il tramonto del vecchio regime. Il «nuovo che avanza» non è foriero di buone notizie per i Fatebenefratelli. L’ideale e pubblicano avversa manifestamente la Chiesa e le sue istituzioni. Succede anche di peggio con la nascita del Regno d’Italia che, nel 1866, porta alla soppressione dell’Ordine. Ventisette dei quarantasei ospedali dei Fatebenefratelli sono requisiti: a Milano, l’ospedale Santa Maria Ara Coeli, plurisecolare sede della provincia. A Roma, nel 1878, il municipio di Roma entra in possesso dell’Ospedale Tiberino, cuore dell’Ordine; tre Fatebenefratelli non italiani, ufficialmente privati cittadini, lo comprano per 400 mila lire, nel 1892. Ma queste azioni in incognito non sono un caso isolato: in molti ospedali, i Frati di San Giovanni di Dio possono continuare a servire solo inquadrandosi in Associazione Laica Ospedaliera.
Gradualmente l’ondata anticlericale diminuisce e l’Ordine in Italia riprende quota. Nascono nuovi ospedali. Dal 1968 i Fatebenefratelli delle due Province italiane procedono alla classificazione degli istituti, con tutti i relativi adeguamenti, per inserirli nel piano sanitario nazionale. Oltre all’ Ospedale sull’Isola Tiberina e l’Ospedale S. Pietro, sulla via Cassia, la Provincia romana conta oggi sei centri assistenziali: Napoli, Benevento, Genzano, Perugia, Palermo, Alghero. Più lungo l’elenco per la Provincia lombardo-veneta: quattordici i centri nell’Italia settentrionale: Brescia, Cernusco sul Naviglio, Erba, Gorizia, Milano, Romano d’Ezzelino, S. Colombano al Lambro, San Maurizio Canavese, Solbiate Comasco, Trivolzio, Varazze, Venezia nonché l’Ospedale Sacra Famiglia di Nazareth, in Israele. Inoltre lo spirito missionario ha spinto i religiosi a fondare e sostenere due ospedali in Africa, ad Afagnan, nel Togo, e a Tanguiéta, nel Benin che oggi formano, insieme al centro nutrizionale di Porga (Benin) la Delegazione generale S. Riccardo Impuri. Sempre della Provincia lombardo-veneta è il Centro Studi Fatebenefratelli di Monguzzo, un castello trecentesco donato per lascito testamentario. Oggi è adibito a centro studi ospedalieri e luogo di congressi e convegni di carattere sanitario e religioso. Struttura di grande suggestione, presenta fra l’altro una Biblioteca ricca di oltre 10.000 volumi, e la Sala consiliare, al primo piano, che ospita ogni tre anni i Capitoli Provinciali dell’Ordine.
 
Il carisma dell’Ospitalità
Povertà, castità e obbedienza sono i tre voti classici comuni a tutti gli ordini religiosi. I Fatebenefratelli aggiungono un quarto voto, dettato dal carisma specifico del loro Ordine, che è l’ospitalità. Ospitalità come amore verso Dio e verso il prossimo. Concetti astratti? Al contrario, molto concreti: assistere gli infermi, raccogliere l’elemosina per la loro sopravvivenza - «Fratelli, fate il bene a voi stessi dando l’elemosina ai poveri» è il celebre invito di San Giovanni di Dio - esercitare un attivo apostolato con “donne di vita”, imboccare la professione medica non per fare soldi, ma per servire l’uomo, in particolare il più bisognoso... Questo è, secondo la lezione di San Giovanni di Dio - e di San Giovanni Grande, di San Riccardo Pampuri, come di tutti gli altri confratelli che hanno dedicato la propria vita alla «santa ospitalità» - il senso autentico del Vangelo, da vivere con eroica coerenza. La lezione resta valida.
Perché la vita dei santi continua a esercitare questa funzione splendidamente esemplare? Perché sono uomini come noi, calati nella realtà precisa e contingente della storia. Non è solo questione d’essere cristiani, ma uomini autentici. Tutti si riconoscono nell’umanità. E i santi rappresentano concretamente e umanamente la possibilità di imitare Cristo. In ogni epoca storica, essi riescono a incarnare la Parola di Dio nella realtà del proprio tempo, nonostante le condizioni spirituali, sociali,p olitiche ed economiche più o meno avverse, perfino tragiche. Come scrive il Superiore Generale dell’Ordine, Fra Pascual Piles Ferrando: «Giovanni di Dio può considerarsi a pieno titolo come un modello della “Nuova Ospitalità”, perché ha saputo coniugare l’amore verso Dio e l’amore verso il prossimo incarnandolo nella realtà concreta del suo tempo con grande capacità organizzativa dell’assistenza e con una chiara visione del futuro». L’ ospitalità è quindi la chiave di lettura per comprendere come lo spirito dell’Ordine di San Giovanni di Dio si sia manifestato nei cinque secoli della sua storia. E’ un carisma “operativo”, l’ospitalità. E’ la speranza.
«Nell’ospitalità, la speranza pensa che un giorno gli ospedali saranno centri di vita e di salute, capaci di risanare integralmente l’uomo sofferente; saranno luoghi capaci di generare a nuova vita le persone, anche se non saranno riusciti a eliminare la malattia» ha giustamente sostenuto Giovanni Cervellera, facendo intendere una fede che in prospettiva è sicuramente quella «realizzazione del Regno di Dio nell’ambiente sanitario» che è il traguardo spirituale dell’Ordine Ospedaliero dei Fatebenefratelli. Ma è anche una testimonianza concreta della potenza carismatica dell’ ospitalità. Un’ospitalità che si presenta naturalmente «nuova» allorché trasmette alle persone di buona volontà il modo di osservarla. E lo trasmette, puntualmente, in ogni epoca. Anche nella nostra. Quali dunque i contenuti dell’attuale “Nuova Ospitalità”? Si tratta di venire in soccorso di questa società, disorientata ma orgogliosa delle sue conquiste, con i valori immutabili della carità. Come scrive Fra Marco Fabello: «I grandi significati dell’ospitalità, oggi, si manifestano concretamente nella solidarietà e nell’attenzione alle persone che ci stanno vicine e che vivono nel bisogno e nella povertà fisica, intellettuale e morale». Con la scelta fatta, dal 1968 in poi, di procedere alla classificazione degli istituti per inserirli nel piano sanitario nazionale, i Fatebenefratelli danno l’ennesima dimostrazione del valore “operativo” dell’ ospitalità. Un valore che è sotto i nostri occhi, in quasi tutti i centri assistenziali, con continui e attenti lavori di ristrutturazione e di ammodernamento nonché di imponenti ampliamenti delle strutture, ma soprattutto con l’assunzione di una nuova impostazione nella conduzione della struttura ospedaliera. Un adeguamento in prima analisi legislativo, per rispettare i caratteri di «controllo di gestione - verifica della qualità» che sono alla base della nuova normativa sanitaria nazionale; ma un adeguamento che tale non è, se considerato dal punto di vista più profondo del carisma dell’ospitalità. E’ allora piuttosto un’adesione naturale alla propria vocazione: il mandato ricevuto da Cristo per curare gli infermi con gioia, comprensione e umanità. Ed è appunto quest’ultimo, l’umanità del servizio, un tema di importanza capitale per comprendere lo spirito della missione ospedaliera dei Fatebenefratelli.
«La vocazione ospedaliera che abbiamo ricevuto è un dono che si sviluppa in noi nella misura in cui rispondiamo ogni giorno all’invito di Dio che ci chiama a identificarci con Cristo nell’amore verso gli uomini e specialmente nel servizio agli ammalati e ai bisognosi».ex art. 53 Costituzioni dell’Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Dio “Voi siete chiamati a umanizzare la malattia”
Sono le parole del Santo Padre, Giovanni Paolo II: «Voi siete chiamati a umanizzare la malattia». Un messaggio rivolto all’Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Dio per la promozione di una medicina più umana, con il malato e per il malato. Un messaggio che deve essere trasformato in progetto di vita da chi vede nella malattia - fisica, mentale, morale che sia - un’ opportunità di crescita e non solo uno spiacevole incidente di percorso.
Nessun uomo sano si riconosce nella malattia e nei malati. E’ estranea la malattia, come una condizione cui non si appartiene, ed estranei sono i malati, perché privati di quelle facoltà che si ritengono normali: parola, vista, udito, libertà nei movimenti, autonomia nell’espletare le funzioni fisiologiche... Eppure tutti, prima o poi, facciamo l’esperienza di un ricovero in ospedale: quando va bene, per il classico piccolo intervento; ancora meglio, se al nostro fianco ci sono i familiari, ad assisterci con l’ amore che addolcisce ogni sofferenza. E’ allora che si pensa: “per fortuna non sono solo.” Ma nonostante questo, anche se la degenza è a breve termine, così come la prospettiva di recupero fisico, anche se non siamo soli, c’è per tutti un momento di riflessione, qualche volta di paura. Più della sofferenza fisica - uno stato critico complessivo dell’essere, che ognuno di noi è più o meno capace di affrontare e superare - è lo spaesamento da noi stessi che colpisce e che rende insicuri. Questa sensazione di spaesamento la provano tutti. Oltre quella sottile cortina trasparente che divide la salute dalla malattia, la realtà non è più come prima: ora siamo noi i malati, siamo noi gli “estranei” e forse pensiamo alle numerose occasioni in cui abbiamo incontrato un malato e non l’abbiamo riconosciuto... “Queste persone che sono qui con me, ora, come mi vedono? Sono diventato anch’io un estraneo per loro?” Potrebbe essere questo, forse, il pensiero fisso di quello stato “sottile”, nel quale lo spazio e il tempo sembrano sfuggire di mano. Lo stato che si chiama malattia.
«C’è un legame misterioso e concreto tra la malattia e la riconciliazione, perché nella malattia l’uomo è capace di riflettere, di pensare al suo destino, al mistero della vita e della morte, di pensare a Dio». Così si è espresso Fra Pierluigi Marchesi, ex Priore Generale dell’Ordine dei Fatebenefratelli, per sottolineare la ricchezza di senso che la malattia e la sofferenza possono avere per la vicenda esistenziale di ognuno. I malati non sono degli estranei. Sono dei «profeti del senso» che, con il loro dramma personale, ci ricordano chi siamo e perché esistiamo. Grazie alla loro prova, spesso disperata, capiamo che la nostra vita non è un sistema chiuso, ma un passaggio. La risposta che l’uomo dà alla sua sofferenza lo può cambiare. E può cambiare anche gli altri: famiglia, medici, infermieri... se solo i “normali” fossero meno distratti dalla buona salute e dalla voglia di vivere. Il malato invece sa, quantomeno lo sente, che i contenuti della sua vita quotidiana - lavoro, tempo libero, la ricerca del successo - non hanno sussistenza in sé. Ora che è costretto a un letto d’ospedale, s’interroga sul senso della vita, della sofferenza, della morte; nessuna delle sue certezze di prima serve più. Perfino la fede, se c’è, qualche volta vacilla. Il malato cerca allora qualcuno. Quel qualcuno siamo tutti noi, oltre naturalmente al personale ospedaliero, che è in prima linea ogni giorno nella lotta contro la sofferenza degli ammalati. Ecco perché occorre riflettere ogni volta che si incontra la malattia: per imparare a riconoscerla, per comprenderne il senso, per riuscire a rapportarsi con l’ essere individuale che dolorosamente incarna quello stato critico. Perché l’ ospedale è stato creato per lui.
Ancora Fra Pierluigi Marchesi, dal discorso pronunciato nell’ottobre 1983, al VI Sinodo dei Vescovi: «Se il malato non è al centro dell’ospedale, al centro degli interessi di tutti gli operatori, altri si mettono al suo posto. Non è raro negli ospedali vedere emergere la centralità del medico, o dell’amministratore, o del sindacalista, o del religioso: tutti usurpatori, perché il posto centrale non spetta ai medici, né agli infermieri, né agli amministrativi, né alla comunità dei religiosi o delle religiose.» Non c’è dubbio quindi che l’esperienza religiosa della malattia sia una testimonianza preziosa della centralità del paziente rispetto al “sistema ospedale”.
Saper ascoltare è l’atteggiamento ideale per avvicinare il malato. Non è facile. Le persone che lo prendono in cura, dopo le prime domande e l’avvio della cura, non gli danno più attenzione. Soprattutto non hanno tempo per ascoltare i problemi di fondo che lo preoccupano più della stessa sofferenza; gli infermieri sono assorbiti dai compiti professionali; i medici si interessano della malattia e dell’esecuzione scrupolosa della terapia. Tutto nella vita del paziente è misurato, quantificato, programmato nel tempo come in una tabella di marcia. Niente di strano, certo, quando è un’entità fisica - il corpo - che va rimessa in ordine. Ma questo corpo non è materia inerte: appartiene a una persona. Se curare è rispondere ai bisogni del malato, allora si deve tenere conto anche della sua persona, di quello che sente e risente. E per questo non c’è che la qualità del silenzio. Un silenzio abitato da due persone. Lì c’è l’ospitalità, che è comprensione, attenzione, comunione nella domanda sul senso da dare all’ avventura umana.
 

 

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